IL BAFFO Via V. Veneto 7a 00020 Canterano (Roma) Osteria - Pizzeria – Pub

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29/09/2009 11:46
Consigli
DETERSIVO LAVASTOVIGLIE “fai da te”
3 limoni, 400 ml di acqua, 200 gr di sale, 100 ml di aceto bianco
Tagliare i limoni in 4-5 pezzi togliendo solo i semi (è più facile se tagliate i limoni a rondelle).
Frullarli con un mixer insieme ad un po’ di acqua e al sale. Per evitare intasamenti del filtro lavastoviglie,
frullate a lungo e molto finemente la poltiglia.
Mettere la poltiglia in una pentola, aggiungere tutta l’acqua e l’aceto e far bollire per circa 10 minuti
girando con una frusta perché non si attacchi. Quando si è addensato e un po’ raffreddato mettere in vasetti
di vetro.
Usane due cucchiai da minestra nella vaschetta del detersivo.
Può essere utilizzato anche per il lavaggio a mano delle stoviglie non unte.

PULITUTTO E LAVAVETRI “fai da te”
Per 500 ml servono: - 100 ml di alcool per liquori *
- 400 ml di acqua **
- 8-10 gocce di detersivo per piatti
- qualche goccia di olio essenziale a scelta (5 gocce o poco più).
Miscelare il tutto in uno spruzzino.
* l’alcool alimentare bianco è inodore e ottimo per questo detersivo, ma se non vi dà fastidio l’odore dell’alcool rosa si può usare anche quello alimentare
** usare acqua distillata se l’acqua di rubinetto è troppo calcarea (quest’ultima potrebbe lasciare aloni di calcare su superfici più delicate e brillanti, come vetri e acciaio)
 
04/09/2009 21:05
RICORDI D'INFANZIA: le ricette raccontate
I funghi della nonna Ernesta
Raccontata da Francesca

In fondo alla grande cucina scurita dal fumo del camino, la nonna prepara la cena. La pentola della minestra è già sul fuoco. La nonna prende un paniere, mentre coi gomiti appoggiati sulla tavola, il viso tra le mani, la guardo incantata. Dal paniere estrae un fungo, un porcino col cappello scuro, il gambo bianco e sodo: lo valuta con attenzione e poi compiaciuta lo depone sul piano, ne estrae un altro, più molle, col cappello mangiucchiato e il gambo friabile e lo posa discosto dal primo. Così via, fino a formare il gruppo degli ottimi e quello dei sufficienti, che metterà a seccare sul graticcio. Porta i funghi buoni al largo acquaio di pietra e li lava delicatamente, sotto un filo d’acqua. Mi sposto e seguo i movimenti delle vecchie mani lievi e decise. La nonna è grossa, veste di nero, un ampio grembiule stretto alla larga vita, il suo viso rugoso è bonario, il sorriso rapido e raro, lo sguardo tenero e carezzevole. Parla poco, ma emana un benevolo calore. Quando i funghi sono lavati li taglia velocemente a piccoli pezzi, li distende in una larga teglia, aggiunge due spicchi d’aglio e mezzo bicchiere d’acqua e li porta al bollore. Sono delusa: immagino che quei pezzetti si gonfieranno d’acqua e diventeranno mollicci. Mi siedo e dondolo i piedi “E ora nonna cosa fai?” – “Ora bollono un pochino, poi li scolo bene..Intanto lava due pomodori maturi e sbuccia altri due spicchi d’aglio" Quando i funghi sono scolati mette olio d’oliva nella stessa teglia, sciacquata e ben asciugata, aggiunge gli spicchi d’aglio e li fa appena dorare, poi unisce i funghi, sale e pepe, e qui inizia la fase più delicata. I piccoli pezzi bruni e bianchi soffriggono piano piano ma tendono ad attaccarsi sul fondo della teglia, per cui vanno staccati e rivoltati, con estrema attenzione, e questo fa la nonna, una mano sul fianco, il lungo mestolo di legno nell’altra. L’operazione è piuttosto lunga. La lascio lì, assorta, e corro fuori dove ad uno ad uno rientrano dai campi gli zii, la giubba sulle spalle, vanno a riporre gli attrezzi sotto la grande loggia. Lo zio capoccia arriva sul carro pieno d’erba incitando le vacche alla stalla. Le zie compiono rapide i lavori della sera: governano i polli, ritirano il bucato, portano in cucina le fascine per accendere il fuoco; i bambini si rincorrono gridando.
Torno in cucina: la luce è accesa, una modesta luce che spinge il buio verso il soffitto; la nonna è ancora lì che gira: ci siamo, ogni pezzetto è staccato dall’altro, asciutto e dorato; è il momento di aggiungere i due piccoli pomodori, spezzati in due, con la buccia, che si staccherà cuocendo e che contribuirà al sapore e al colore del sugo. Il pomodoro non deve sommergere i funghi, ma tingere di rosa l’olio di cottura e legare il tutto, senza troppo apparire. I miei timori svaniscono alla vista di quel capolavoro e aspiro con soddisfazione il profumo intenso che sa di bosco e d’orto.

Dopo un lungo inverno segue sempre la primavera
Ricetta raccontata da Anna: Fegato di maiale alle spezie

Si alzò di malavoglia, mentre un lungo brivido le percorreva la schiena: in casa c’era una temperatura polare. Si vestì al volo, cercando di prendere meno freddo possibile; si dette una rapida occhiata allo specchio, si riavvolse le trecce nere intorno alla testa, poi scese in cucina. Si affacciò alla finestra e, per quanto riuscì a vedere dai vetri ghiacciati, vide un'unica coltre bianca: la pioggia della sera prima, si era trasformata in un manto gelato. Ma! –pensò- Ogni frutto vuole la sua stagione! Suo padre dormiva ancora, così mise un po’ di carbonella nel fornello del focolare, la ravvivò con un po’ di brace che dalla sera prima ancora occhieggiava tra la cenere del camino e, soffiando e sventolando, cercò di accendere il fuoco.
All’inizio un po’ di fumo riempì la cucina, poi finalmente i carboni divennero incandescenti e riuscì a mettere la caffettiera sul treppiede. Intanto che a poco a poco le si scongelavano i pensieri, si ricordò che presto si doveva mettere in moto.
C ’era da cucinare e poi da andare in paese a fare alcuni piccoli acquisti: il sale stava per finire e servivano fiammiferi e caffè. Accese la radio ritornata da qualche anno a far bella mostra di sé nel suo mobile sotto la piattaia. Un allegro cinguettio annunciò l’inizio delle trasmissioni: con voce impassibile lo speaker annunciò la data delle prossime elezioni: il 18 aprile. Nel frattempo aveva messo la legna nel focolare e l’allegria del fuoco sembrò mitigare per un attimo il gelo della cucina. Guardò il quadretto che stava appeso sopra il camino; c’era scritto: “Dopo un lungo inverno segue sempre la primavera”. Nonostante l’avesse letta da sempre, quella scritta, si augurò che l’auspicio si avverasse. Andò in salotto e prese la zuppiera dove aveva messo il fegato di maiale. Lo tagliò a pezzetti grandi poco più di una noce poi prese il mortaio di bronzo che stava sopra il camino, prelevò da un barattolo una manciata di granelli di pepe, e cominciò a pestarlo insieme al sale. Per quanto cercasse di fare piano suo padre si svegliò; aveva ormai i capelli bianchi e le faceva tenerezza mentre prendeva il suo caffè di fronte al fuoco. Intanto continuava il suo lavoro in silenzio: aveva messo in una ciotola la mistura di sale e di pepe e vi aveva aggiunto il fiore di finocchio raccolto durante le lunghe giornate estive, con attenzione mescolava tutto e poi vi rotolava il fegato in maniera che le spezie si attaccassero da ogni lato. Poi, dopo aver lavato la rete del fegato nell’acqua calda del paiolo annerito sopra il fuoco, l’aveva tagliata a pezzetti e vi aveva arrotolato i fegatelli. Li aveva infilati ad uno ad uno in alcuni bastoncelli fatti con i rami di alloro alternandoli a foglie della pianta stessa. Li mise in un lucido tegame di alluminio preso dalla piattaia, vi aggiunse un po’ d’olio e li sistemò sopra il fornello del focolare, raccomandando al padre di girarli ogni tanto. Prese la bicicletta in cantina e con agili pedalate raggiunse l’unico negozio del paese. Il negozio di alimentari era anche l’unico bar, l’unico centro di aggregazione sociale, e quel giorno di grande freddo, era pieno di gente. Era appena entrata, dopo che il fumo del locale l’aveva colpita come uno schiaffo sulle guance arrossate dal freddo, quando lo vide appoggiato ad una delle colonne di finto marmo che abbellivano il locale. Il suo primo ed unico amore, dopo dieci anni di lontananza prima in Africa e poi in India, era tornato.
Per la verità i suoi capelli neri erano rossicci per la lunga esposizione al sole, e sembrava pure male in arnese, dato che i pantaloni gli cadevano di dosso, ma il sorriso era quello di un tempo. Riprese la bicicletta, corse di nuovo a casa per dare la notizia al padre, le parve che quella grigia giornata di novembre si fosse trasformata in una splendida giornata di sole. Un anno dopo sono nata io.

 
29/07/2009 14:13
Italiani bocciati a tavola, non sanno cosa sia il Capocollo e il Culatello
Quasi tutti dicono di prediligere cibo ed ingredienti made in Italy, ma all'atto pratico gli italiani dimostrano di non conoscere alimenti e piatti della tradizione, tanto che per 1 su 3 il salame felino conterrebbe carne di gatto e l'aceto balsamico per 1 su 4 è realizzato unendo a normale aceto delle erbe di montagna. Per quasi 9 italiani su 10 i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in più: sono più buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%), per non parlare dei sapori unici e inconfondibili che sono in grado di offrire. Fin qui tutto bene, almeno in apparenza, ma la musica cambia quando le domande riguardano proprio alcuni di quei prodotti e piatti che dicono di considerare irrinunciabili. Ecco allora che se il culatello è giustamente indicato come uno dei salumi più pregiati dal 44%, c'è chi pensa che sia un modo dialettale di chiamare il 'lato b' dei bambini (21%). Allo stesso modo quando si parla di 'datterino' solo il 7% sa che è una varietà di pomodoro, mentre il 39% pensa si tratti di una tipologia particolarmente piccola di dattero o addirittura un tipo di pesce (27%). Le cose non vanno meglio quando dagli alimenti si passa ai più famosi piatti tipici della tradizione regionale: le celebri sarde a beccafico per ben il 51% degli intervistati non sono altro che sarde cucinate in salsa di fichi, mentre la 'parmigiana' è un piatto a base di parmigiano (19%). E la tanto decantata dieta mediterranea? Per il 29% si tratta di un tipo di alimentazione che prevede esclusivamente pesce. Questo è ciò che emerge da un'indagine condotta da vie del Gusto, il mensile di turismo ed enogastronomia diretto da Domenico Marasco, su un campione di 1300 uomini e donne di età compresa tra i 18 ed i 55 anni intervistati sui prodotti del made in Italy e della tradizione culinaria italiana. Per gli italiani made in Italy è sinonimo di garanzia, genuinità, tradizione e gusto, ma in molti ammettono di non conoscere bene i prodotti e le sigle che ne certificano la qualità. E a sorpresa le donne meno preparate degli uomini. Il 62% delle intervistate ha commesso almeno 3 errori nel questionario, contro il 28% degli uomini. Ma cosa significa made in Italy? Per il 29% degli intervistati, sono i prodotti che esistono solo nel nostro Paese, per il 23% è un prodotto presente solo in alcune aree geografiche mentre per il 19% è sinonimo di tradizione. Nonostante la dichiarata intenzione di prestare attenzione all'etichetta ed alla provenienza dei cibi e delle bevande italiane, una grossa fetta degli intervistati non nega di avere grosse difficoltà con nomi e sigle spesso incomprensibili (44%). Sulla carta solo il 16% degli italiani non presta cura alla provenienza degli articoli alimentari acquistati o comunque non la reputa una caratteristica degna di nota. Per il 34%, infatti la provenienza rigorosamente italiana rappresenta un elemento irrinunciabile, a cui si aggiunge il 28% che la ritiene molto importante e l'11% che pensa che lo sia abbastanza. Una parte importante nella scelta ce l'hanno anche i ricordi personali: l'11% sceglie prodotti made in Italy perché ricordano sapori a cui si è abituati. Quando si passa dalla teoria alla pratica queste difficoltà emergono con grande evidenza, tanto che errori e strafalcioni non si contano, sia sugli alimenti e prodotti, che sui piatti della tradizione. La dieta mediterranea? Un'alimentazione ipocalorica a base di pesce. Il capocollo è un formaggio, la tinca un vino e la parmigiana è un piatto tipico a base di formaggio. Ecco tutti gli svarioni degli italiani in cucina. Il culatello è uno dei salumi più pregiati, che ci viene invidiato da tutto il mondo, cosa di cui il 41% degli intervistati sembra essere a conoscenza, ma per il 21% si tratta di un modo simpatico di chiamare il sederino dei bambini o addirittura un 'vezzeggiativo' per una signorina che ha delle curve particolarmente attraenti (17%). Allo stesso modo il capocollo è identificato correttamente dal 22% come insaccato, mentre per il 25%, memore forse di alcuni vecchi film di Lino Banfi, dove l'attore minacciava di "spezzare la noce del capocollo", si tratta della parte superiore del collo di un uomo. Addirittura, per il 21%, altro non è che un formaggio. Il salame felino? Il 26% sa che il nome deriva dal luogo di produzione, c'è chi lo associa alla diceria per la quale i veneti mangiano i gatti e ritiene quindi che si tratti di un insaccato veneto a base di carne di gatto (33%). E la Tinca Gobba Dorata? Solo il 19% sa che si tratta di un pesce, per il 42% si tratta di una malformazione di un osso della gamba (viene insomma confusa con la tibia), ma c'è anche chi si dice convinto del fatto che sia un pregiato vino delle Langhe (12%). Adnkronos
 
20/07/2009 12:54
Come si legge l'etichetta del vino
I.G.T. VINI DA TAVOLA
Tale denominazione è usata per indicare i migliori vini da tavola ottenuti da aree di produzione più ampie rispetto ai vini DOC e DOCG, ottenuti da uve determinate, provenienti da territori ben definiti che a volte interessano più Regioni. Tale denominazione dunque è utile al consumatore per conoscere la zona di produzione della bevanda. Al nome designato si può aggiungere il colore dei vini ed il nome dei vitigni. L'IGT non può utilizzare il nome di Regioni o zone utilizzate per le DOCG. o le DOC Il vitigno può essere menzionato unicamente quando la zona vitivinicola è di dimensioni significative. I vini da tavola possono derivare anche da "tagli" fatti miscelando svariati vini di qualunque zona. In tali casi non saranno riconosciuti vini IGT e potranno essere venduti anche con nomi di fantasia o con il marchio del produttore. E’ vietato, su tutto il territorio italiano, impiegare le uve da tavola per ottenere vini a denominazione di origine o a indicazione geografica tipica. Le IGT decadono se non vengono attivate entro tre anni dal loro riconoscimento e quando per 5 anni consecutivi i produttori iscritti all’albo dei vigneti non abbiano presentato denunce o quando, per 3 anni consecutivi, in più del 50% dei vigneti non sono rispettati i disciplinari.
I vini DOC
La denominazione D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata), è attribuita ai vini prodotti in zone di piccole o medie dimensioni, come prevedono i disciplinari di produzione, e che per la legislazione UE in vigore, e come già anticipato, possono farsi rientrare nella categoria più ampia dei V.Q.P.R.D. Tali vini sono disciplinati anche dal Reg. CEE 823/87 e dal D.P.R. n. 348/94.
Alcuni vini DOC possono riportare in etichetta alcune indicazioni aggiuntive:
- indicazione "classico", per i vini prodotti nella zona di più antica tradizione (nell'ambito del territorio delimitato dal disciplinare)
- indicazione "riserva", per alcuni vini sottoposti ad un invecchiamento più lungo del normale
-indicazione "superiore", per vini con caratteristiche migliori (grazie al buon andamento climatico dell'annata che ha permesso di raggiungere una concentrazione zuccherina più alta e quindi una maggiore gradazione alcolica). L'uso delle DOC non è consentito per i vini ottenuti sia totalmente che parzialmente da vitigni che non siano stati classificati fra i raccomandati e gli autorizzati o che derivino da ibridi interspecifici tra la vitis vinifera ed altre specie americane od asiatiche. Le DOC decadono se non vengono attivate entro tre anni dal loro riconoscimento e quando per 5 anni consecutivi i produttori iscritti all’albo dei vigneti non abbiano presentato denunce o, ancora, quando la denominazione è stata utilizzata per meno del 15%, o quando, per 3 anni consecutivi, in più del 50% dei vigneti non sono rispettati i disciplinari.
I vini D.O.C.G.
La denominazione DOCG. (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) viene attribuita ai vini già riconosciuti DOC da almeno cinque anni, che siano ritenuti di particolare pregio, in relazione alle caratteristiche qualitative intrinseche. Il riconoscimento di DOCG. deve prevedere una disciplina viticola ed enologica di norma più restrittiva. Anche questi vini possono farsi rientrare, per la legislazione UE, nella categoria più ampia dei V.Q.P.R.D. L'uso delle DOCG non è consentito per i vini ottenuti sia totalmente che parzialmente da vitigni che non siano stati classificati fra i raccomandati e gli autorizzati o che derivino da ibridi interspecifici tra la vitis vinifera ed altre specie americane od asiatiche. Le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche tipiche decadono quando il relativo vino è addizionato all'estero da altro vino in qualsiasi misura e di qualsiasi provenienza, anche se tale pratica è ammessa dalla normativa del paese nel quale si effettua o nel quale il prodotto ottenuto è imbottigliato. Le DOCG. decadono se non vengono attivate entro tre anni dal loro riconoscimento e quando per 5 anni consecutivi i produttori iscritti all’albo dei vigneti non abbiano presentato denunce o, ancora, quando la denominazione è stata utilizzata per meno del 35% della superficie iscritta all’albo per le DOCG. o quando, per 3 anni consecutivi, in più del 50% dei vigneti non sono rispettati i disciplinari. Per le DOCG. è prevista una produzione unitaria di uva più bassa rispetto alle DOC e una gradazione zuccherina (o naturale) delle uve più elevata;è prevista una densità dell’impianto minima che varia da 2900 a 4000 ceppi per ettaro.
I V.Q.P.R.D.
La detta normativa fa rientrare nella categoria dei v.q.p.r.d. i seguenti vini:
- i vini liquorosi di qualità prodotti in regioni determinate (v.l.q.p.r.d.), rispondenti alla definizione di vino liquoroso
- i vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate (v.s.q.p.r.d.), rispondenti alla definizione di vino spumante, compresi i v.s.q.p.r.d. del tipo aromatico
- i vini frizzanti di qualità prodotti in regioni determinate (v.f.q.p.r.d.), rispondenti alla definizione di vino frizzante
- i v.q.p.r.d. diversi dai precedenti
Sono prodotti atti a diventare v.q.p.r.d.:
- uve fresche
- mosti di uve
- mosti di uve parzialmente fermentati
- vini nuovi ancora in fermentazione
- vino

La normativa, all’art. 55, stabilisce che le disposizioni che disciplinano la produzione dei v.q.p.r.d. sono basate sugli elementi seguenti:
- delimitazione della zona di produzione
- tipo di vitigno
- pratiche colturali
- metodi di vinificazione
- titolo alcolometrico volumico naturale minimo
- resa per ettaro
- analisi e valutazione delle caratteristiche organolettiche
La normativa prevede che gli stati Membri possono decidere le regole secondo cui un produttore può chiedere la classificazione come v.q.p.r.d. di un prodotto o declassare un v.q.p.r.d. a vino da tavola (art. 56), oltre a stabilire le condizioni di produzione e le caratteristiche complementari alle quali devono rispondere i v.q.p.r.d.(art. 57).
DECLASSAMENTO DI UN V. Q. P. R. D. IN VINO DA TAVOLA
Il declassamento di un v.q.p.r.d. può verificarsi:
- quando nel corso del magazzinaggio o del trasporto il vino ha subito un cambiamento che ha provocato un deterioramento o un'alterazione delle caratteristiche del v.q.p.r.d. in questione - quando il vino è stato sottoposto a trattamenti vietati
- quando non è designato a norma di legge come vqprd
Per etichettatura si intende l'insieme delle designazioni e delle altre menzioni, contrassegni, illustrazioni o marchi caratterizzanti il prodotto, che figurano sullo stesso recipiente, compreso il dispositivo di chiusura, nonché sul pendaglio appeso al recipiente. Non fanno parte dell'etichettatura alcune indicazioni, contrassegni ed altri marchi da determinare.
Il Regolamento CE n.1493/1999 ha inoltre introdotto la “carta di identità” dei vini mediante l’introduzione dell’etichetta. L’etichetta, oltre ad essere decorativa, ha una importante funzione legale perché contiene una serie di informazioni fondamentali che devono comparire sulla bottiglia. Si distinguono in informazioni obbligatorie e informazioni complementari, queste ultime lecite ma non indispensabili che vengono classificate come indicazioni facoltative regolamentate e indicazioni facoltative libere. Tra le indicazioni obbligatorie che deve contenere un' etichetta si tiene in considerazione del tipo di vino.
Così se si tratta di vini da tavola, l’etichetta deve contenere obbligatoriamente:
1. l’indicazione “ vino da tavola”
2. la ragione sociale dell’imbottigliatore
3. comune della sede dell’imbottigliatore
4. numero di codice dell’imbottigliatore
5. il quantitativo in ml hl, l, cl
6. grado alcolico effettivo
7. nome dello Stato
8. indicazione ecologica del tipo “ non disperdere il vetro nell’ambiente”
9. indicazione del lotto cui la bottiglia appartiene
Per i vini da tavola con Indicazione Geografica tipica, nell’etichetta, oltre alle indicazioni suddette, dovrà comparire, accanto all’indicazione vino da tavola, anche l’indicazione IGT.

Per i vini di qualità, oltre alle indicazioni obbligatorie previste per i vini da tavola, nell’etichetta verrà indicata la sigla a seconda che si tratti di vino DOC , DOCG., V.Q.P.R.D., “superiore” o “riserva”, “novelli”, per i quali oltre ad aggiungere l’indicazione della zona geografica che corrisponde al vino è obbligatorio indicare l’annata.

Per i vini spumante di qualità prodotti in una data regione, occorre indicare:
- vino spumante o vino spumante di qualità prodotto in una data regione (seguito dal nome della regione)
- vino spumante aromatico di qualità ( aggiungere il nome del vitigno) nome e ragione sociale dell’elaboratore o venditore o distributore e relativa sede
- volume nominale del prodotto grado alcolico effettivo
- tipo di prodotto in base al contenuto zuccherino
- qualsiasi menzione purchè veritiera ed espressamente non vietata
Costituiscono indicazioni facoltative l’aggiunta:
- della gradazione alcolica potenziale
- del marchio
- della precisazione se si tratta di vino bianco, rosso, rosè
- dell’indicazione del colore( es. verdolino, dorato ecc)
- del nome del luogo di imbottigliamento( fattoria, cascina)
- degli eventuali consigli per una buona conservazione o per servirlo o per consumarlo con cibi adatti
- del nome di una o due varietà di vite
- dell’annata della vendemmia
- dell’informazione della storia del vino
- delle informazioni sulle condizioni naturali o tecniche della viticoltura
- delle precisazioni varie come “vino passito”, “vin santo” ecc.
- delle indicazioni relative a usi dietetici
- delle eventuali distinzioni attribuite da organismi ufficiali (premi, medaglie ecc.)
Per i vini di qualità, tra le indicazioni facoltative si può inoltre aggiungere:
- il modo di elaborazione del vino
- il numero del recipiente
- il nome della zona geografica
- gli appellativi quali “ riserva, riserva speciale, superiore, scelto, ecc.”
fotografie di castelli, ville e vigneti delle proprietà rappresentate
Le etichette che hanno aderito alle normative del regolamento del 2002 e successive modifiche del 2006, possono contenere:
- l’indicazione della quantità di acidi e dei pigmenti coloranti
- la quantità di anidride solforosa (che era già obbligatoria per i vini esportati negli USA)
- il ph e altre indicazioni veritiere e documentabili

SANZIONI
La commercializzazione di vini con etichette irregolari, oltre all’applicazione della sanzione amministrativa da € 516,00 a € 5.164,00, prevista dal D.Lgs. n. 260/2000, comporta nei casi più gravi, anche il sequestro amministrativo del prodotto, con aumento di ulteriori costi per il produttore e la conseguente perdita di credibilità nei confronti del consumatore
 
20/07/2009 12:09
Le figlie di Pocahontas - Racconti e poesie delle indiane d'America
Antologia, unica nel suo genere e preziosa per chiunque voglia conoscere approfonditamente la cultura dei popoli indiani d'America, riunisce racconti e poesie di venti autrici contemporanee: sono le migliori e più rappresentative scrittrici pellerossa, in un panorama culturale e letterario giustamente definito come il ''Rinascimento Nativo Americano''.Intessendo parole come la mitica Donna Ragno tesse la sua tela, le ''figlie di pocahontas'' raccontano la vita nelle riserve e quella nelle metropoli, l'impegno a favore delle comunità Native, spesso lacerate da processi di assimilazione o di rifiuto dell'America bianca, il legame vitale con la natura e con gli antichi rituali, i magici passaggi dal mondo reale a quello mitico e soprannaturale. Il fascino che accomuna i racconti e le poesie proposti in quest'antologia si fonda sulla ricerca di un'armonia profonda - tanto nell'arte quanto nell'esistenza quotidiana - che riesca ad opporsi alla disgregazione e all'isolamento che minacciano l'individuo e l'ambiente nel mondo contemporaneo. Il loro valore storico ed estetico sta nella volontà di conciliare tradizione e innovazione perché,come si dice, ciò che non cresce e cambia è cosa morta.
 
12/06/2009 22:20
Le francesi non ingrassano. I segreti per abbinare una vita sottile ai piaceri della vita di Guiliano Mireille
Le francesi mangiano con tutti e cinque i sensi, così hanno più piacere da piccole dosi. Le francesi non digiunano mai tanto da essere affamate. Le francesi non si abbuffano mai tanto da essere gonfie...Questo libro svela i segreti delle francesi: come godere dei piaceri della buona tavola e rimanere lingilinee e sane. Una lettura divertente, saggia e utile. Ricco di ricette très chic di cucina francese, il libro più originale sulla NON-DIETA... Cucina condita con savoir-faire: dedicato a quelle che "lo stile è il loro pane quotidiano"!!
Qualcuno sostiene che dopo aver letto questo libro mangia tutto quello che vuole e non ingrassa nemmeno di un etto. Sarà vero? Provate e poi mi dite.
 
09/01/2009 22:25
L'Annuario dei vini firmato da Luca Maroni
Tredicimilacinquecentodiciannove. È il numero—eccezionale—di bottiglie degustate e recensite nell'«Annuario dei migliori vini italiani 2009» di Luca Maroni. Un volume-Bibbia per chi ama il mondo dell'enologia, con le informazioni non solo sul vino migliore ma sull'intera produzione delle aziende testate. «L'Annuario — si legge nella prefazione—è composto da tre sezioni. La prima, introduttiva, illustra il significato delle informazioni fornite e il metodo di valutazione e di punteggio adottato. La seconda sezione contiene il rapporto sulla produzione delle più importanti aziende vinicole italiane. All'interno della seconda sezione le aziende sono pubblicate per regione, in ordine alfabetico. I vini di ciascun produttore sono inseriti in ordine decrescente secondo la loro piacevolezza (qualità). Il miglior vino viene evidenziato con la pubblicazione dell'etichetta e con le sensazioni di Luca Maroni. La terza sezione contiene un glossario nel quale viene fornito il significato dei termini tecnici ricorrenti o impiegati per descrivere le sensazioni percepite assaggiando i diversi vini».

 
14/12/2008 01:14
Il cenone di capodanno
E' una tradizione: non c’è paese al mondo che non festeggi la notte di San Silvestro e l’arrivo del nuovo anno a suon di brindisi e di cibo. In tempi di “caro vita” ed aumenti dei prezzi, noi abbiamo deciso di fare dei buoni e onesti prezzi con un menù di altissimo livello. (guarda la home page e nella sezione "la nostra cucina")
 
14/12/2008 01:08
Il vino in bottiglia di alluminio
La marca francese di vino Mommesin, del gruppo Boisset, ha recentemente lanciato la sua versione di Beaujolais 2007 gran reserve e Chardonnay 2007 gran reserve in bottiglie di alluminio da 75 cl. L'alluminio offre una forte capacità di raffreddamento (quattro volte superiore a quella del vetro), mentre una pastiglia adesiva trasparente (Cool dot) cambierà di colore quando il vino è tra gli 8 e i 12 gradi. Dotata di una capsula a vite e di un peso piuma (due volte più leggera rispetto l'equivalente in vetro), la nuova bottiglia protegge integralmente il vino dai raggi ultravioletti. Fonte: aluplanet.com
I fiaschi di una volta…………………..
 
10/12/2008 21:15
In tempo di crisi nulla va sprecato, soprattutto il cibo
È quello che deve aver pensato il proprietario di un ristorante giapponese di New York che ha deciso di far pagare un 3% in più ai clienti che lasciano qualcosa nel loro piatto. Al ristorante giapponese Hayashi Ya, nell'Upper West Side di Manhattan, è possibile mangiare tutto ciò che si vuole per 26,95 dollari, ma se non si riesce a finire l'intero pasto, alla cassa si deve pagare il 3% in più. Il proprietario del locale ha dichiarato che la scelta, introdotta due anni fa, punta a eliminare gli sprechi. "Decine di miliardi di dollari sono sprecati ogni anno nell'acquisto di cibi che poi non vengono consumati", ha spiegato Joel Berg, che fa parte della Associazione di New York contro la fame. Secondo una stima recente, negli Usa il 27 percento del cibo viene gettato nella spazzatura, il che significa mezzo chilo al giorno per ogni americano. Altre catene di ristoranti, come ad esempio TGI Friday, hanno invece deciso molto più semplicemente di ridurre le porzioni. "Un cliente su sei non riesce mangiare tutto ciò che gli viene messo nel piatto", ha detto ancora Berg. Pensate se facessimo anche noi in Italia la stessa cosa..... a baffo ma vaff........
 
10/12/2008 21:06
Una gastrobarzelletta - per ridere un pò
Un poveraccio che non mangia da alcuni giorni, legge su una vetrina di una trattoria:
- Mangiate tutto quello che volete! Pagheranno i vostri nipoti!
Incuriosito entra e domanda al cameriere:
- E' vero?
- Si - gli risponde l'altro.
Allora si siede e mangia come non mai. Al momento di andarsene, il cameriere si avvicina con il conto in mano:
- Calma! Ho chiesto spiegazioni prima di entrare! - dice il poveraccio.
- Si lo so, questo infatti è il conto di suo nonno!
 
22/11/2008 21:54
Solidarietà
La Parrocchia di Ismani si trova in Tanzania, su un altipiano della regione di Iringa, nel centro-sud del Paese. Da Dar Es Salaam, città principale e sede dell'aeroporto internazionale, vi si arriva percorrendo per circa 650 Km un'ottima arteria stradale che passa per Morogoro, per il Parco nazionale di Mikumi, e per Iringa, e che prosegue poi fino allo Zambia). Giunti a Iringa si percorrono 45 km , in direzione nord, lungo la strada che porta a Dodoma. Ismani occupa un territorio, lungo circa 50 Km e largo circa 60, che si snoda su di un altopiano a declinare, costeggiato dalla Rift Valley. Su questo territorio, che presenta le caratteristiche proprie della savana, convivono etnie diverse distribuite in 25 villaggi con un numero complessivo di 35.000 abitanti. Fino al 1993 (prima che la parrocchia cedesse la parte nord alle cure pastorali della diocesi di Catania) il confine tra la missione di Ismani e la diocesi di Dodoma era segnato dal fiume Grande Ruha e dalla diga ivi costruita negli anni 1977/1981 da una ditta italiana, la COGEFAR , e inaugurata dal Presidente Nyerere il 19 febbraio 1981. Il territorio della missione è attraversato in tutta la sua lunghezza dalla "Panafricana" un caratteristico tragitto che collega le due estremità del continente africano: Il Cairo e Città del Capo. Si tratta di un percorso misto, formato da tratti di linea ferroviaria, automobilistica, fluviale e lacuale. La parte che interessa Ismani, e che collega Iringa a Dodoma, è un percorso in terra sterrata, come gran parte delle strade di comunicazione interna.
La popolazione dei 22 villaggi appartenenti alla zona detta Ismani vive in capanne di fango e paglia, prive di luce ed acqua. Famiglie quasi sempre numerose si trovano normalmente a vivere in spazi molto angusti. Non ci sono strade asfaltate e la gente è costretta a percorrere a piedi lunghi tratti di sentieri battuti per soddisfare ogni tipo di necessità, sia che si tratti di procurarsi un po' d'acqua, di raggiungere il più vicino mercato, o di recarsi al dispensario sanitario. La popolazione vive esclusivamente della coltivazione del granoturco, per molti unico alimento quotidiano. Le precarie condizioni igienico-sanitarie e l'insufficiente alimentazione, dovuta anche ai frequenti periodi di siccità, rendono la popolazione di Ismani particolarmente soggetta alle più gravi malattie tipiche dell'Africa tropicale. È la Tanzania , infatti, la Nazione con il più alto numero di morti di malaria. Diffusissime e gravi malattie potrebbero essere facilmente evitate attraverso una migliore alimentazione ed una più diffusa conoscenza della più elementari norme igieniche. L'organizzazione e gli interventi dello Stato sono molto carenti. Le poche scuole pubbliche si costruiscono grazie ai fondi raccolti sul posto tassando le già disagiate famiglie e grazie, naturalmente, all'aiuto della missioni.
Gli ospedali pubblici sono rari e difficilmente raggiungibili per la mancanza di mezzi di trasporto. Il sistema sanitario nazionale è carente e tutte le cure e le medicine risultano tanto costose per la popolazione, che spesso per i più poveri diventa impossibile usufruirne. I bambini diventano molto presto dei piccoli uomini: per contribuire al sostentamento della famiglia sono costretti a lavorare nei campi già in tenera età. La loro alimentazione è spesso insufficiente ed inadatta ad un sano sviluppo. Se a questo si aggiunge la carenza di strutture ospedaliere, di personale medico, di medicine e vaccini, si spiega facilmente l'altissimo tasso di mortalità infantile.
Missionari ad Ismani
Dal 1973, la parrocchia è affidata a sacerdoti provenienti dalla Diocesi di Agrigento . Da i 2.500 dei primi anni, i battezzati stanno per raggiungere oggi il numero di 24.000, sparsi in 22 villaggi. Tanto lavoro hanno fatto i nostri Missionari. Esistono oggi ad Ismani una scuola di falegnameria, una di taglio e cucito e sta sorgendo, inoltre, una officina meccanica aggregata alla Scuola Secondaria, che dovrebbe offrire un futuro migliore a molti giovani. Grazie all'uso di un trattore di proprietà della Missione, si può coltivare una maggiore quantità di terra, permettendo di sfamare tante bocche in più. Decine sono ormai le costruzioni in cemento, nate per accogliere scuole, dispensari sanitari ed altre strutture utili per il bene della collettività. Ad Usolanga, un avamposto nella parte più montuosa del territorio di Ismani, operano (spesso isolate durante la stagione della piogge) due laiche dell' Associazione Laiche Missionarie di Roma, che, tengono in piena attività, malgrado i tanti disagi, un ospedale ed una scuola di cucito. Importantissimo è anche il loro lavoro di promozione del ruolo della donna e di informazione sulla procreazione responsabile, portato avanti con dei corsi tenuti nei vari villaggi.




 
04/10/2008 21:03
Il "baffo" si adegua alle nuove normative
Dal 23 settembre 2008, con l’entrata in vigore del decreto del 30 luglio 2008, sarà obbligatorio per tutti i locali dove sono in vendita alcolici esporre le tabelle per il calcolo del tasso alcolemico. Le due tabelle, che dovranno essere esposte con il giusto risalto per permetterne la perfetta leggibilità, riportano rispettivamente le stime per il calcolo del tasso alcolemico nel sangue in base al peso, al sesso e al cibo e all’alcol ingeriti, e una descrizione sintetica degli effetti dell’alcol a seconda del tasso alcolemico. Emanuele Scafato del Centro OMS per la promozione della salute e la ricerca sull’alcol, Osservatorio nazionale alcol, reparto Salute della popolazione e suoi determinanti (Cnesps, Iss) commenta: "Le nuove tabelle non sono, né potrebbero esserlo in alcun’altra parte del mondo, uno strumento di precisione: sono infatti molte le variabili che contribuiscono a determinare la concentrazione di alcol nel sangue. E tuttavia alcuni importanti fattori (come peso, sesso e condizioni di digiuno o di stomaco pieno) influenzano significativamente i livelli di alcolemia. Le tabelle potrebbero rappresentare anche un utile argomento di discussione tra tutti coloro che si pongono alla guida in merito all’estrema facilità con cui, per esempio, una ragazza giovane in peso forma o sottopeso possa raggiungere il livello di 0,5 più facilmente a digiuno rispetto a una coetanea o a un uomo che presenti peso maggiore e assuma alcol a stomaco pieno. Le tabelle sono destinate, secondo me, anche a un uso didattico pratico ed efficiente, e potrebbero essere anche consegnate ai conducenti fermati in occasione dei controlli delle forze dell’ordine. A una sensazione di repressione potrebbe così sostituirsi una più adeguata percezione di attenzione da parte di chi è legittimato a effettuare i controlli, per tutelare l’incolumità e la sicurezza dell’individuo e della collettività. Un contributo alla cultura del bere rispettosa della vita e del prossimo, un’opportunità in più per i giovani e un’occasione per i gestori dei locali che potranno e sapranno darne adeguata visibilità e diffusione nell’interesse di tutti". Dalle ricerche dell’ISS emerge come il 58,7 per cento dei ragazzi indichi correttamente in 0,5 grammi/litro il limite massimo di alcolemia da non superare alla guida, come previsto dalla legge. Il 41,3 per cento indica invece livelli sbagliati (in particolare: il 24,8 per cento un limite di 0,3; il 6,4 per cento un limite di 0,8; il 2,6 per cento un limite di 1 mentre il 7,6 per cento non sa o non risponde). Tra tutti i ragazzi che identificano correttamente il limite di alcolemia, il 19,2 per cento ammette però di non conoscere il numero di bicchieri che corrispondono alle quantità sanzionabili dal Codice della strada. L’8,2 per cento reputa che 0,5 grammi/litro di alcolemia corrisponda a zero bicchieri e solo uno su tre (il 29,9 per cento) identifica correttamente in 2-3 bicchieri il numero dei drink che determinano 0,5 grammi di alcolemia. Per il 3,5 per cento dei ragazzi il limite di 0,5 è pari a 4 bicchieri di una qualsiasi bevanda alcolica, mentre per il 39,2 per cento dei teenager il limite è raggiunto consumando un solo bicchiere. In Italia, il 74 per cento dei giovani - e nello specifico il 67 per cento dei 13-15enni (la popolazione al di sotto dell’età legale) - beve il sabato sera. E, di questi, il 20 per cento si ubriaca nel fine settimana. Sempre più diffuso tra i teenager il fenomeno del binge drinking (bere per ubriacarsi 6 o più bicchieri in un’unica occasione), che “snobbano” il consumo mediterraneo preferendo piuttosto i consumi fuori pasto. È un’abitudine negativa per la salute e la sicurezza: l’abuso fuori pasto e gli happy hour incrementano infatti del 70 per cento il rischio per i giovani di finire al pronto soccorso.

 
30/01/2008 21:56
E la burocrazia entra in cucina. Una legge per la vera pizza.
(dal corriere della sera)
Dagli ingredienti ai gesti per impastarla: a Bruxelles le norme per la napoletana.
Otto articoli per un disciplinare dettagliatissimo: peso dei panetti, spessore del disco, gradi del forno a legna e tempi di cottura. Steso del 2004, il testo è stato ultimato solo ora, a causa delle mille obiezioni avanzate dalla Commissione Ue, che deve decidere sul marchio. In piena crisi politica, il governo Prodi riesce a chiudere una pagina burocratico - culinaria essenziale per la futura tutela della «vera» pizza napoletana. Laura La Torre, direttore generale per la qualità dei prodotti alimentari del ministero per le Politiche agricole e forestali, ha consegnato alla Gazzetta ufficiale europea la proposta di riconoscimento del marchio di S.T.G. (specialità tradizionale garantita) della pizza napoletana. Entro sei mesi l'Unione Europea dovrà presentare le sue osservazioni. E alla fine del 2008 chi vorrà esporre il marchio S.T.G. per la sua pizza napoletana «protetta » dovrà rispettare scrupolosamente pesi, ingredienti, tempi di cottura, dimensioni. Le regole del «disciplinare» (otto corposi articoli) sono contenute nel testo della proposta di riconoscimento apparsa sulla Gazzetta ufficiale del 24 maggio 2004.
Nulla di affidato al caso. Visto che siamo in un'Italia capace di spaccarsi su tutto, il regolamento fu a suo tempo il frutto di un accordo tra le due principali associazioni di categoria: «Verace pizza », presieduta da Antonio Pace ( www.pizzanapoletana. org) e l'Associazione pizzaiuoli napoletani (www.pizzaiuolinapoletani. it) guidati da Sergio Miccù. I comandamenti sono rigidi. Venti minuti per l'impasto, due ore di lievitazione. Realizzazione di panetti per le singole pizze «tra i 180 e i 250 grammi», il disco di pasta steso dovrà avere al centro lo spessore non superiore a 0.3 centimetri e al bordo non superiore di 1-2 centimetri formando così il cornicione. Attenzione: con un cucchiaio si depongono al centro del disco di pasta 80 grammi di pomodori pelati frantumati, con movimento a spirale il pomodoro viene sparso su tutta la superficie centrale. Cottura solo in forni a legno dove si raggiunge una temperatura di 485 gradi. In quanto all'aspetto finale: «Cornicione rialzato, colore dorato, morbida al tatto e alla degustazione da un centro con la farcitura dove spicca il rosso del pomodoro cui si è perfettamente amalgamato l'olio». Non si citano le alici, e questo sarà un problema per molti palati. Ma c'è un divieto: «La pizza va consumata immediatamente appena sfornata. L'eventuale asporto verso abitazioni o locali differenti dalla pizzeria determina la perdita del marchio». Come faranno i tifosi che si godono la partita organizzando una pizza con amici? Una banale pizza qualsiasi. Niente marchio. Molto soddisfatto Rosario Lopa, presidente del Comitato per la tutela della pizza napoletana, esponente napoletano di An, protagonista di un mini- caso politico. Lunedì circolava una sua nota stampa con tanto di carta intestata «Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali». Ma ieri ha corretto il tiro, parlando di un banale equivoco della sua segreteria. La carica presidenziale gli deriva dalla faticosa intesa tra pizzettari area Antonio Pace e pizzaiuoli fedeli a Sergio Miccù nel 2004, quando il ministero era retto da Gianni Alemanno. E il suo incarico ha resistito all'arrivo del governo di centrosinistra e all'insediamento del ministro ulivista Paolo De Castro. La pizza è evidentemente bipartisan. Dice Lopa: «Sono stati nominato perché i due comitati erano "litigarelli", tutto qui. E finché non c'è il marchio, non si può costituire un consorzio. A cosa serve il marchio? A tutelare una tradizione e un'identità. Ma anche ad aprire prospettive di mercato in Campania: quando il marchio sarà una realtà, molti prodotti verranno dalla nostra terra» Si!! La terra piena de munnezza!!. Ma perché sono passati quattro anni dal testo del 2004 alla consegna alla Gazzetta ufficiale europea? La risposta di Lopa svela un quadriennio di lunghi confronti burocratici: «Da Bruxelles sono arrivate mille obiezioni e altrettante richieste di chiarimento sul disciplinare. Una tra tante: "A Milano, in un articolo di giornale, si sostiene che la pizza si può fare anche col ragù. È vero?". E noi, ogni volta, abbiamo dovuto rispiegare che la vera pizza napoletana... ». Misure e calorie: la pizza deve avere un diametro «non oltre i 35 cm. Il disciplinare indica anche le calorie: 149,47 per 100 grammi di Marinara; 188,04 per 100 grammi di Margherita extra. Questa Europa di burocrati che misura tutto. La lunghezza delle zucchine, il diametro dei piselli, e poi come devono essere le melanzane ecc. E ora la pizza...ma non è sufficente dire..mi piace o non mi piace. E' buona o cattiva? Un consiglio..non mettetevi a misurare la pizza....assaggiatela semplicemente e dite la vostra...

 
04/01/2008 18:55
La macchina ammaccata.
Un amico ha avuto la spiacevole sorpresa di trovare la sua auto, parcheggiata sotto casa, con una vistosa ammaccatura. Nel vedere un biglietto infilato sotto il tergicristallo si rincuora, poi lo legge. C'era scritto: "Gentile signore, purtroppo nell'uscire dal parcheggio, ho urtato la sua macchina danneggiandola. La gente che mi osserva pensa che ora io stia scrivendo le mie generalità, come sarebbe di rigore in questi casi. Ma non mi sogno nemmeno di farlo. Buona giornata!"
 
04/01/2008 18:50
Vi racconto questa!!!
Qualche giorno fa venne nel nostro locale una coppia di anziani. Simpatici, carini. Volevano festeggiare il loro 50° anno di matrimonio. Pensate!!..Essere sposati da 50 anni. E in tutto questo tempo non avevano mai litigato. Io, incuriosito, chiedo alla moglie….
- Ma, voi, veramente non avete mai litigato in 50 anni? Non è possibile….
- No! Veramente! - risponde l'anziana.
- No, non ci credo - insisto io - con mia moglie è una discussione continua.
- Guardi – mi dice lei - quando ci siamo sposati mio marito aveva un cavallo a cui teneva moltissimo.
- Ah! Davvero? – dico – e allora?
- Era la creatura a cui lui teneva di più in assoluto. Il giorno delle nostre nozze questo cavallo tirava il nostro calesse; a un certo punto il cavallo inciampò su di un sasso e mio marito gli urlò: "UNO!". Dopo qualche metro il cavallo inciampò di nuovo e mio marito gli urlò: "DUE!". Ma la terza volta che il cavallo inciampò, mio marito tirò fuori la pistola e ammazzò la povera creatura; io, impietrita, lo rimproverai: "Ma perché hai fatto una cosa del genere???". Lui mi urlò in faccia: "UNO!"
 
04/01/2008 16:32
Una notizia davvero incredibile.
Il vino rosso fa buon sangue, lo sapevamo tutti.....ma non sospettavo che potesse anche aiutarci a prevenire la carie, ma soprattutto potesse evitarci quelle noiosissime sedute a bocca spalancata dal dentista!! Secondo uno studio dell'Università di Pavia, pubblicato sul Journal of Agricolture and Food Chemistry, si è dimostrato che alcuni componenti sia del vino rosso che del bianco, siano attivi ed efficaci contro alcune specie di streptococchi responsabili proprio della formazione della carie. Il team di ricercatori, coordinati da Gabriella Gazzani, conferma che il vino possa essere usato come antimicrobico, e che potrebbe essere utilizzato per la prevenzione della carie e delle infezioni delle vie respiratorie. Ancora non sono stati identificati con certezza quali siano le componenti del vino ad avere queste portentose qualità, anche se i maggiori sospetti si stanno concentrando sull'acido tartarico e l'acetico, ma l'importante è che un buon bicchiere di vino può farci risparmiare qualche mal di denti…ma soprattutto tanti soldini, dato che per curare i denti ce ne vogliono veramente tanti!! Certamente questa notizia non renderà così felici i dentisti…che forse per protesta non berranno più una goccia di vino…chissà!


 
04/01/2008 16:25
Una nostra cliente ci scrive.
Ordinare una pizza, è più difficile che scrivere un trattato di psicologia dinamica. C'è quello che la vuole con l'impasto senza glutine, ma non deve neppure contenere del lattosio, o perché oltre la celiachia c'ha la colite. E poi ordina una pizza superlight e arriva sta cosa inquietante con sopra un metro cubo di insalata, completa di mais e pomodorini e radicchio. La pizza alla biada. Senza glutine, senza mozzarella, senza un cazzo di sapore. Perché bisogna rispettare il proprio corpo che chiede di restare sano e in forma. Vedeste quante pizze alla biada ieri sera, da gente che s'era sparata due ore di nuoto per un totale di più di 150 vasche a velocità supersonica. Gente che aveva bruciato talmente tante calorie che avrebbe avuto diritto a un mezzo bisonte muschiato arrosto e forse gli sarebbe rimasto il posto per le fragole con la panna. Che intendiamoci, quelle 150 vasche le faccio anch'io e posso assicurare che se c'è una cosa che non lascia tregua, dopo, è la fame. Ma il corpo, la bellezza, la forma splendida splendente, la pancia piatta come una tavola da surf esigono il loro tributo quotidiano in sacrifici e sofferenza. E a colazione? gallette di riso. Ma sei celiaca? No, sono al limite, ma preferisco rispettare il mio corpo. Qualcuno ha osato ordinare un tiramisù. I commensali hanno sgranato gli occhi, e scosso la testa in segno di diniego. Qualcuno s'è lanciato nel calcolo delle calorie, per smaltire quello ci vogliono 5 serie miste, ha detto ruminando la sua dietetica agglutinata delattosiata biada. E non parliamo del bere: non una birra, l'alcol fa male, né vino, che poi il fegato s'affatica, dell'acqua grazie, ma la prego, con poco sodio e diuretica che aiuta a purificarsi. Un imberbe di 15 anni ha raccontato di un suo amico che a suon di sbornie del sabato sera ha le transaminasi (transamiche? ma perché sto ragazzino parla di transaminasi invece di godersi la vita con tranquillità) troppo alte. Il Club degli Anoressici in gran completo ha scosso la testa in segno di disapprovazione.
Io le capisco le ossessioni per la porzione, per l'immagine riflessa, per il rotolino che occhieggia dalla vita bassa a pelo di pube e la ruga che ti fa ciao dall'angolo dell'occhio. Ma questi ti fanno venire l'ansia quando addenti il meritato pasto, ti guardano con compassione e disgusto se ordini una birra, la summa di tutti i mali che affliggono il pianeta. E uscire a cena con gli amici si trasforma anche in un dovere di cui si farebbe a meno. E io, cazzo, non ne posso più, santoddio. Voglio mangiare una pizza alla salsiccia senza sentirmi addosso mezza tonnellata di sguardi di riprovazione e disgusto, fumare una sigaretta senza essere guardata come una che se ne va in giro con un cappio al collo e senza che mi si ricordi che mi verranno le rughe. Tanto non saranno un po' di radicchio, due pomodorini e un bicchiere di acqua senza sodio a salvare il mondo dalle rughe e dalla vecchiaia.


 
04/01/2008 16:17
Cosa? La pizza si mangia con le mani?
Ehi, come osi!? La pizza si mangia davvero con le mani. Tranne a Napoli, a quanto pare, proprio nella patria della pizza, purtroppo, dove gran parte delle pizzerie (anche di gran nome!) hanno preso la pessima abitudine di fare un impasto super-sottilissimo, e di usare condimenti molto "acquosi". Dio mio che orrore!! Dunque anche il più piccolo spicchio si piega come un pezzo di stoffa. Non me ne vogliano i napoletani D.O.C. E’ vero, ho verificato di persona e con numerosi testimoni. No, noi del “baffo” qui a Canterano, la pizza è bella massiccia leggera saporita, te rà suddisfazióne! Come direbbero a Napoli. Provare per credere!!

 
18/12/2007 16:22
Attenzione!!! Un fantasma si aggira nella zona.
E' una famigliola che esce riunita con tutti i parenti e/o amici per il sabato sera, con madre, di solito, con capello lunghissimo e mesciato con effetto doppia pisciata di cane in centro testa, padre con capello unto con uniforme di ordinanza, ovvero la tuta e il mocassino e orde di bambini microcefali con la maglietta della Juve e bambine con quella di “Amici”, che si rincorrono tra i tavoli urlando.
 
19/11/2007 16:14
OSCAR DEL VINO 2007
La cerimonia per l’assegnazione del Premio Internazionale del Vino che l’Associazione Italiana Sommelier Roma ha organizzato nella suggestiva cornice del Parco dei Principi, a Villa Borghese, ha visto una sfilata di Vip avvicendarsi sul palcoscenico per consegnare i prestigiosi riconoscimenti a chi nell’ultimo anno si è distinto per il contributo dato al successo del Vino nel mondo. Antonella Clerici e Franco M. Ricci hanno presentato l’evento che ha visto come sempre un parterre eccezionale, con la presenza di vip del mondo del vino, dello spettacolo e della cultura. A seguire, favolosa degustazione di tutti i vini premiati e di tutti i candidati, con i Sommelier che hanno messo a disposizione degli ospiti tutta la propria esperienza e capacità. Tra i premiatori sono intervenuti Pamela Prati, Antonella Elia, Gianfranco Vissani, Ela Weber, Albano Carrisi, i comici di Colorado Cafè, Andy Luotto, Sergio Vastano, Riccardo Rossi. Gli 11 OSCAR sono stati consegnati a coloro che nel mondo del Vino hanno raccolto i maggiori consensi tra i lettori di DUEMILAVINI, la celebre guida - cult della cultura enologica italiana, della rivista patinata BIBENDA, e dai navigatori del sito www.bibenda.it. Attraverso una scheda i lettori hanno stabilito i finalisti, tre per categoria, che si sono contesi la preziosa opera in bronzo, ormai un ambito riconoscimento internazionale.

MIGLIOR VINO BIANCO
Oscar consegnato da GIOACCHINO BONSIGNORE a:
COLLIO PINOT BIANCO 2005 - Picech / Cormòns (Gorizia)

MIGLIOR VINO ROSSO
Oscar consegnato da FEDERICO QUARANTA E TINTO DI DECANTER a:
BRUNELLO DI MONTALCINO 2001 - Fattoria Poggio di Sotto / Montalcino (Siena)

MIGLIOR VINO SPUMANTE
Oscar consegnato da ANTONELLA ELIA a:
GIULIO FERRARI RISERVA DEL FONDATORE 1997 - Ferrari / Trento

MIGLIOR VINO DOLCE
Oscar consegnato da ELA WEBER a:
MALVASIA DELLE LIPARI PASSITO 2005 - Florio / Marsala (Trapani)





 
16/09/2007 17:15
La Storia della Pizza Margherita
La pizza fa la sua comparsa nel 1700, anche se in realtà esiste fin dapprima del 1700. Ma possiamo chiamarla tale solo in questo secolo di dominazione borbonica, quando il pomodoro fa la sua comparsa in Europa e quindi in Italia. Passano gli anni ed arriviamo al 1889. Sono arrivati i Savoia. Intanto le pizze più famose di Napoli sono tre e sono quelle che si mangiano sin dall'inizio del 1800: la pizza alla mastunicola (che poi corrisponde più o meno all'odierna pizza bianca), la pizza alla marinara (condita con olio, pomodoro, origano, aglio e cecenielli e cioè alici) e la pizza pomodoro e mozzarella (condita con solo con olio, pomodoro e mozzarella). Re Umberto I, re d'Italia, e sua moglie la regina Margherita, decidono di scendere a visitare Napoli, un po' per tattica politica, un po' per golosità. Vogliono, guarda un po', assaggiare la pizza di Napoli. Immediatamente vengono convocati a Palazzo reale due pizzaioli fra quelli più bravi: Raffaele Esposito e sua moglie Rosina Brandi. I due pizzaioli allora si esibiscono nelle tre, già citate, pizze più famose di Napoli: pizza alla mastunicola, alla marinara, e al pomodoro e mozzarella, ma quest'ultima con l'aggiunta di basilico. La consorte di sua Maestà, la Regina Margherita, apprezza talmente la pizza al pomodoro, mozzarella e basilico (anche per l'evidente accostamento al tricolore italiano, il bianco della mozzarella, il rosso del pomodoro ed il verde del basilico), che si complimenta con Raffaele Esposito, il quale dà alla pizza il nome della regina: Margherita. Ed ecco allora che la pizza di Napoli si fregia del secondo sigillo reale: prima i Borboni, poi i Savoia.
 
11/09/2007 17:17
La sovrana delle pizze: la Margherita
Non soltanto perché - come tutti sanno - reca il nome di una regina, ma perché è senza dubbio ovunque la più popolare. Preparate l'impasto e fatelo lievitare 1h. Spianate la pasta e dividetela in 4 dischi; spalmateli abbondantemente di pomodoro e distribuitevi la mozzarella a fettine. Dosate il sale (poco), introducete le pizze in forno a 200 'C e fatele cuocere 20': servitele guarnite di basilico fresco (un filo d'olio crudo, se qualcuno lo gradisce, non stona). La Margherita è ottima anche col Pomodoro fresco. Mentre l'impasto lievita si puliscono 3-4 bei pomodorini maturi e si tagliano a listerelle. Una volta stese le pizze, si coprono generosamente di mozzarella a fette (sarà necessario aumentarne leggermente la dose rispetto alla precedente versione): su di essa si distribuiscono pezzetti di pomodoro e un pizzico di sale. Cotte le pizze, le si servono guarnite di basilico.

Impasto: Classico

Rivestimento: Polpa di pomodoro, 300 g
Mozzarella di bufala, 250 g
Basilico
Olio d'oliva
 
09/09/2007 21:40
Le Tecniche per spillare la birra
Una perfetta birra va spillata inclinando il bicchiere sotto il rubinetto e facendo scendere la birra lentamente e senza interruzioni, fino a che la schiuma fuoriesce dall’orlo. Fate attenzione che il bicchiere di birra non venga in contatto con il becco del rubinetto. Gli inglesi aprono il rubinetto, appena prima di inclinare il bicchiere. Il bicchiere si riempie così fino all’orlo – senza formare la schiuma.

La tecnica tedesca
Spillare una piccola quantità, posare il bicchiere e attendere che la schiuma si riduca. Spillare di nuovo. Posare. Attendere. Infine ancora un colpo vigoroso e quindi servire la birra con il suo bel cappello di schiuma.

La tecnica olandese
Tenere semplicemente il bicchiere inclinato sotto il rubinetto nella direzione del flusso, fino a che la birra non deborda dal bicchiere. Livellare con un colpo di spatola, affinché la schiuma mantenga la sua consistenza.
 
10/08/2007 17:25
Che cos'è la distribuzione della birra alla spina?
In Epoca vittoriana, la birra veniva servita da botti poste dietro il bar attraverso un semplice rubinetto a spina, sfruttando la gravità. Con l'affinarsi del gusto dei consumatori e il diffondersi dei bicchieri in vetro al posto dei boccali in peltro, crebbe la domanda di una birra chiara, brillante e dal gusto uniforme. Poiché la birra conservata a temperatura ambiente era inaccettabile, era necessario situare i barili in cantine fresche e venne quindi studiata una macchina della birra in modo da non doverla portare a mano. Si trattava di una semplice pompa a pistone cilindrico con delle valvole che evitavano il riflusso della birra nella botte. Un barista esperto era in grado di spillare una pinta eccellente con la pompa, tuttavia il sistema creava spreco e imponeva restrizioni all'immagazzinamento dei barili rispetto alla posizione del bancone del bar. Per migliorare ulteriormente la qualità venne introdotta nel barile una coltre di gas CO2 per isolare la birra dall'aria e prevenirne l'ossidazione. Questo sistema aveva anche il vantaggio di facilitare il tiraggio della pompa. L'apporto di nuove migliorie al sistema e l'introduzione di fusti per birra condizionati eliminò del tutto la necessità del pompaggio manuale. Il CO2 utilizzato per prevenire l'ossidazione viene ancora impiegato, ma a una pressione sufficiente a spingere la birra fino al rubinetto di distribuzione. Questi sistemi per birra a pressione superficiale vengono oggi utilizzati universalmente e sono diventati sempre più sofisticati, grazie all'aggiunta di tubazioni raffreddate a acqua, rilevatori di fusto vuoto, unità di ricambio, erogatori graduati e sistemi a serbatoio. L'introduzione di birre in fusti e dell'anidride carbonica permisero ai birrai di produrre birre ale e lager frizzanti alla spina. In precedenza la birra frizzante era disponibile solo in bottiglia perché era l'unico contenitore in cui fosse possibile trattenere in soluzione il gas contenuto nella birra. Nel fusto la pressione superficiale mantiene il giusto livello di gasatura richiesto per tutta la durata del fusto. Tuttavia la pressione d'equilibrio potrebbe non essere sufficiente a fornire la spinta richiesta per far fluire la birra fino al rubinetto di distribuzione in maniera soddisfacente. Aumentando la pressione, d'altro canto, si otterrebbe una birra eccessivamente gassata, e così anche la pressione superficiale del CO2 presenta i suoi limiti. Fu Guinness a risolvere il problema, mescolando un gas molto meno solubile, l'azoto (N2), al CO2. Il CO2 della miscela mantiene il corretto livello di gassosità mentre l'azoto, molto meno solubile, funge da propellente.
 

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